[MSN] Museo Getty, ecco le prove dell'arte trafugata

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Museo Getty, ecco le prove dell’arte trafugata
di FABIO ISMAN
Giovedì 15 Febbraio 2007, Il Messaggero

ROBIN Symes, a Londra, è uno dei massimi mercanti d’antichità al mondo.
Negli Anni 80, ha venduto al Getty Museum la celebre Venere di Morgantina,
per 20 milioni di dollari; e due anni fa, grazie alle indagini italiane del
pm Paolo Ferri e dei carabinieri, ha dovuto restituire la non meno famosa
Maschera d’avorio, scavata vicino a Roma da Pietro Casasanta, che gli era
costata altrettanto. Robin Symes aveva un compagno di lavoro e di vita
greco, Christo Michaelides. Il 4 luglio ’99, in Umbria, i due cenano con Leo
Levi e la moglie Shelby White, grandi collezionisti di New York: chissà se
festeggiano l’Indipendenza americana, o i loro rispettivi affari. Levi non
c’è più; la fondazione istituita dalla moglie finanzia la nuova ala
greco-romana del Metropolitan Museum; e tra le antichità Levi-White, almeno
nove provengono certemente da scavi clandestini in Italia: trattative sono
in corso per la loro restituzione. Quella cena finisce pessimamente:
scendendo le scale, Christo stramazza su un termosifone, e muore. Sua
sorella, della famiglia Papadimitriou, armatori ellenici, intenta una causa
a Londra contro Symes: vuole, e ottiene, la metà del valore delle imprese
che gestivano in comune. E così, le indagini inglesi accertano che, tra New
York, Londra e Ginevra, possedevano 29 depositi d’arte; 17 mila oggetti, in
buona parte scavati di frodo in Italia, per un valore di 125 milioni di
sterline: 190 milioni di euro, quasi 400 miliardi delle nostre vecchie lire.
Quando gl’inglesi fanno irruzione negli uffici di Londra, verbalizzano
d’aver trovato 28 sacchi d’immondizia, pieni di documenti, pronti per essere
gettati via. Che, s’intende, sequestrano.
Qualche mese fa, invece, la polizia greca compie un’altra perquisizione: su
un isolotto egeo, dove Christo aveva una casa al mare. Trova molti reperti:
alcuni ancora imballati in casse della casa d’aste Christie’s (spesso i
mercanti ricomperavano in asta gli oggetti da loro stessi messi in vendita,
per “ripulirli” dall’illecita provenienza); e centinaia di foto di reperti.
I greci trasmettono il tutto alle autorità italiane. Così, ecco delle belle
serie d’immagini: gli stessi oggetti, in tre versioni. Nel catalogo del
Getty (che li ha comperati); nella fototeca dell’isola greca, perché a
venderli erano stati Symes e Christo; ma anche, prima del restauro e sovente
ancora sporchi di terra, evidentemente scavati di fresco, tra le migliaia di
foto sequestrate (con 3.800 oggetti: spesso «vasi rarissimi», dicono i
periti; alcuni ancora incartati in fogli di giornale e dentro delle cassette
ortofrutticole di Cerveteri), nei locali al Punto Franco di Ginevra, «un
vero e proprio show-room», spiegano gl’inquirenti, a Giacomo Medici,
condannato in primo grado a 10 anni di carcere e 10 milioni di euro di
provvisionale per il danno al patrimonio culturale italiano: da lunedì, a
Roma, il processo d’appello. Trittici di foto Medici-Symes-Getty: un
marmoreo Diadumeno, copia da Policleto; il gruppo con due Grifoni policromi,
pagato sette milioni di dollari; un’Olpe corinzia e un’Hydria a figure nere:
vasi davvero magnifici; una serie unica al mondo di 20 piatti attici a
figure rosse (Medici voleva 2.000 dollari; il Getty rifiuta; la curator
Marion True scrive al «caro signor Giacomo», spiaciuta che, per la prima
volta, una sua proposta d’acquisto non venga accettata; Medici risponde,
1987, qualificandosi «esperto e perito per la Camera di Commercio di Roma e
del Lazio»). Perché il Getty ha da spendere: il suo fondatore ha lasciato un
patrimonio di tre miliardi, sempre di dollari; e, ogni anno, il museo ne
preleva il 4,25 per cento: una disponibilità, per intenderci, superiore di
70 volte a quella del Metropolitan Museum di New York.
Ma il “vizietto” d’acquistare oggetti di dubbia (ed è un vero eufemismo)
provenienza, il museo californiano lo coltiva da lungo tempo. Secondo chi
dirige la sezione archeologica al Nucleo dei Carabinieri per la tutela del
patrimonio, il capitano Massimiliano Quagliarella, forse inizia con
l’acquisto del bronzo di Lisippo, negli Anni 70. Gl’inquirenti hanno rimesso
le mani negli atti di un antico processo. All’inzio degli Anni 90, gli
agenti doganali americani trovano in California, nella casa del mercante
David Holland Swingler, 230 vasi apuli ed etruschi, poi restituiti
all’Italia. Swingler è condannato, nel nostro Paese, a quasi cinque anni.
Rileggendo le carte a suo tempo sequestrategli, svariate sorprese: un
elegante kantaros con un viso di donna, ora esposto a Malibu, e la Testa
barbuta di Ephaistos (che nel museo americano diventa di stratega, e una cui
immagine, prima del restauro, era nell’archivio di Giacomo Medici) Swingler
annota d’averli «acquistati per il Getty». Come un rarissimo, completo set
pompeiano di ferri chirurgici del I secolo avanti Cristo, ora smembrato tra
il museo di Malibu, e uno del Missouri. «Sono almeno altri 35 oggetti, oltre
ai 46 che già abbiamo richiesto, acquistati dal Getty in maniera tutt’altro
che trasparente, scavati in modo clandestino in Italia», dice il pm Ferri.
Quando il trafficante Swingler lavora, dichiaratamente, per il Getty, suo
curator delle antichità non era ancora Marion True, attualmente processata a
Roma (e ora anche in Grecia: la locale polizia ne ha perquisito la villa
sull’isola di Paros, 252 metri quadrati, rinvenendo anche antichità; due
oggetti sono già stati restituiti dal Getty al Governo di Atene; in 10 anni,
fino al 2005, la True è 32 volte a Roma, sempre all’hotel Raphael). Al suo
posto, c’era ancora Jiri Frel, cecoslovacco d’origine. Frel è morto da poco.
Quando lascia l’incarico, nel 1985, si trasferisce in Italia. Vive nel
centro di Roma: via Santo Stefano del Cacco 28. Però prima, appena lascia il
Getty, per un anno è ufficialmente domiciliato in Sicilia: a Castelvetrano,
in casa Becchina. Chi è Gianfranco Becchina? Il “Medici del Sud Italia”: a
Basilea, gli hanno sequestrato l’archivio. Tre carabinieri del Comando per
la Tutela del Patrimonio artistico hanno impiegato tre mesi solo a
microfilmarlo: la documentazione occupa ben cinque dvd, inzeppati di atti.
Becchina al Getty vende direttamente, tramite la sua Galleria di Basilea; da
Medici, il museo americano non compra nulla: sempre e solo dopo che i suoi
reperti sono passati per altri mercanti. Tra l’altro, in almeno 29
transazioni Medici e Symes risultano al medesimo indirizzo. Al processo, un
documento cita una bella scultura, una Kore, che nel 1993 il Getty acquista
da Symes per 3,3 milioni di dollari; e una statua d’Apollo che segue il
medesimo iter: due foto di Medici a Ginevra la mostrano ancora sporca di
terra. L’Apollo appena scavato dal sottosuolo; appena sottratto al
patrimonio italiano; appena rubato al nostro Paese. E di storie così, ce ne
sono a decine. Da lunedì, il processo d’appello a Medici; a maggio, un’altra
udienza del “Getty”, contro Marion True e l’ottuagenario Robert “Bob” Hetch.
Perché il sipario, su questi “predatori dell’arte (antica) perduta”, non è
ancora calato. 

http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=27626




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